La pastorizia senza la montagna non sopravvive e viceversa

L’ambiente montano è ideale per la pratica della zootecnia all’aperto la quale, comunque, per svariate ragioni, in primis la fine della transumanza, è in declino. Oramai l’allevamento è in stalla, non si svolge sui prati naturali. Il comparto zootecnico segue la crisi del Settore Primario. La rivitalizzazione dell’attività pastorale porterebbe alla rivalutazione dei territori in quota

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Appena finita la transumanza sono iniziati i problemi idrogeologici, c’è una correlazione diretta tra le due cose. I pastori non vanno più nel Tavoliere e allora devono riconvertirsi in agricoltori. Per fare agricoltura, è scontato, occorrono terreni coltivabili. Questi sono ottenuti piuttosto che mettendo a coltura le superfici pascolive le quali poste come sono in montagna risultano poco idonee per le coltivazioni, attraverso l’eliminazione dei boschi. La conversione delle distese boschive in campi da arare porta all’innesco di frane ovvero di scivolamento del suolo non più trattenuto dalle radici delle piante. Il pecoraio, dunque, diventa contadino, i pascoli, oltre che una quota significativa dei terreni boscosi, diventano in parte appezzamenti coltivati. Non è dato sapere se sia un regresso o un progresso, comunque vi è stato il passaggio tra una pastorizia, quella transumante, arcaica e pratiche agricole innovative.

Nella rotazione colturale triennale delle particelle agrarie diffusasi in quel periodo si avvicendano tra le colture anche le erbe foraggere utili per l’azotazione del suolo ma pure per l’alimentazione del bestiame. A questo punto è da chiedersi perché il sistema pastorale sia divenuto superato, è resistito soltanto in quei comprensori dove si effettua l’alpeggio che sono quelli in cui vi è la vicinanza tra montagna e pianura come quello matesino. La domanda è lecita in quanto l’apporto alla nutrizione delle bestie dato in precedenza dal Tavoliere sarebbe potuto essere sostituito dalla somministrazione del foraggio nel periodo invernale mantenendo i capi di bestiame in stalla; le pecore nella stagione estiva avrebbero potuto continuare a pascolare sui monti abruzzesi e altomolisani. Sostanzialmente, togliendo la transumanza non sarebbe cambiato molto e, invece, si ritenne di dover rivoluzionare l’assetto dell’economia privilegiando in modo deciso quella agricola. Ne è a dire, perché non è vero, che per la produzione del foraggio si sarebbe dovuto rinunziare alle colture agrarie necessarie al sostentamento umano poiché l’erba medica, la sulla o la lupinella sono un valido sussidio al miglioramento della produttività dei terreni, altro che diminuzione delle derrate alimentari! Venuta meno la primazia della pastorizia viene meno la primazia della montagna la quale perde la sua centralità nell’economia di vaste porzioni dell’Abruzzo e dell’Alto Molise. Si è innescato un meccanismo a catena, dalla diminuzione degli ovini al pascolo ne discende la diminuzione dell’estensione dei prati montani a causa dell’avanzamento del bosco.

A Roccamandolfi, il comune del Matese con specifica vocazione pastorale, nell’anno in corso il Comune è stato costretto ad aumentare il costo della fida, ovvero dell’affitto, dei pianori per il pabulamento delle greggi essendo questi ultimi divenuti un bene scarso, i prati sono stati erosi dalla boscaglia. È un cane che si morde la coda e le aziende armentizie sono costrette a contendersi sempre più limitate poste in locazione, fida, posta e locazione sono termini che si adottavano nel Tavoliere all’epoca della transumanza. C’è sempre all’orizzonte la Mafia dei Pascoli, cioè che ad aggiudicarsi le aste per l’assegnazione dei pascoli in quota siano spregiudicati conduttori di armenti interessati ai contributi economici erogati dall’Unione Europea invece che all’erbaggio in sé per sé. Con un forte decisionismo in passato lo Stato decideva l’impianto di piantagioni, non si sfugge alla cacofonia, arboree in areali residuali su soprassuoli magri su cui attecchisce una stentata vegetazione erbacea, la quale era, nei fatti, a disposizione di individui della razza caprina, un essenziale mezzo di sopravvivenza, le caprette, per la povera gente.

Questa è forse, però, una questione secondaria, è la Storia Minore, non la Grande Storia alla quale appartiene il grandioso fenomeno della transumanza. I rivolgimenti in corso nell’ordinamento produttivo di cui si è parlato sopra richiederebbero un “regolatore” politico con la mission di riportare in primo piano nella struttura economica locale la zootecnia di montagna. Si avrebbero benefici significativi per le nostre comunità in termini di aumento della produzione di latticini con latte del posto e non di importazione, con la messa in commercio di carni di animali allevati in loco e con la disponibilità di lana con cui confezionare maglioni tradizionali. Governare questa autentica rivoluzione del settore primario che qui si auspica è uno sforzo enorme, equivalente per intensità a quello che profusero i Governanti del Regno di Napoli per garantire l’efficienza dei meccanismi che regolavano la transumanza. Si è sempre pensato che i Reali, o Vicereali durante la dominazione spagnola, avessero l’interesse esclusivo di incamerare i pedaggi, tramite la Dogana di Foggia, per il passaggio delle pecore sui tratturi, per il loro svernamento nel Tavoliere e per la partecipazione alle fiere. Essi in cambio delle consistenti entrate derivanti da tali pagamenti si preoccupavano di disciplinare l’industria armentizia, del buon andamento della transumanza, del mantenere in efficienza la rete tratturale. Si creò un apposito foro per dirimere le controversie tra pastori e agricoltori proprietari delle terre ai margini dei tratturi, tra locali, il luogo è il Tavoliere, e transumanti, tra transumanti e transumanti, tra le varie fazioni dei feudatari interessati alla transumanza.

Le stesse diatribe dovevano succedere in antichità il che spinse Sanniti, Apuli, Vestini, ecc. a stipulare patti per assicurare la pace durante la transumanza ponendo le basi per un’entità statuale comune, la Lega Italica. Neanche in età romana i dissidi mancavano come testimonia l’iscrizione De Grege Oviarico ad Altilia. La figura del Re, in definitiva, piuttosto che sfruttatore degli armentieri andrebbe vista come tutrice del mondo pastorale, una figura preposta alla governance della pastorizia, cosa di cui si avverte la necessità tutt’oggi.

Ph. F. Morgillo-Pecore al pascolo sul Matese

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