Il destino differente dei monasteri e delle chiese monastiche

Specialmente nel caso delle realtà monastiche benedettine le strutture sopravvissute sono le cappelle ad esse annesse. Queste ultime pure per la loro collocazione agreste sono diventate dei santuari i quali in genere si caratterizzano per la loro integrazione con il paesaggio, l’isolamento nel territorio

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Un monastero grande deve stare in un luogo pianeggiante, l’ubicazione classica di un centro monastico di consistenti dimensioni è in piano. Non fosse altro che per permettere la realizzazione del chiostro, l’elemento tipologico che caratterizza i conventi i quali presentano sempre un impianto a corte; è raro che vi siano corti, per così dire gradonate, succede qui da noi solo alla Grimalda di Pietracatella un cenobio benedettino poi trasformato in masseria. Non è conveniente avere dei saliscendi all’interno di un qualsiasi organismo strutturale abbia o meno la corte, rende scomodo lo spostarsi al suo interno, è una precisazione banale lo si ammette.

In definitiva la situazione morfologica ottimale per un’abbazia di consistente dimensione è la pianura, c’è bisogno di superficie estesa su per giù piatta, cioè senza dislivelli, capace di contenere il refettorio, la cucina, la biblioteca, il chiostro, proprio come succede a S. Vincenzo al Volturno che sta nella piana delle sorgenti di questo fiume. In montagna, invece, il terreno è in pendenza per cui le unità monastiche non possono essere di una grandezza significativa, tutt’al più si può trovare spazio per costruire un cenobio. Le comunità benedettine che stanno più in alto nella nostra regione sono due realtà monacali minime, entrambe dedicate a S. Nicola, santo orientale che ha influenzato i Basiliani, monaci anch’essi orientati alla ricerca dell’isolamento dal mondo; l’una è posta in un posto, scusate la cacofonia, denominato Fonti di S. Nicola, sul Matese e l’altra su Monte Capraro a Capracotta in località Valle Soda la quale essendo a circa 1700 metri di quota fa sì che tale presenza cenobitica sia quella che sta all’altezza maggiore nel Molise.

Poiché entità volumetricamente ridotte esse nonostante l’altitudine non si impongono nel paesaggio, niente a che vedere, per intenderci, con l’abbazia di Montecassino che è visibile, non solo in quanto è in altura, per la sua mole eccezionale da assai lontano. Quanto appena detto in relazione all’assenza di visibilità dei due minuscoli invero “presidi” benedettini montani si accentua allo stato attuale poiché risultano essere ridotti a rudere e questo è il destino cui sono condannati oltre che i piccolissimi pure i grandissimi, ci si riferisce a S. Vincenzo al V., monasteri molisani. È una sorte comune, non dipende dalla loro taglia, forse è connessa alla lontananza da popolosi centri abitati. I conventi francescani i quali si installano dentro o alle porte dei nuclei urbani maggiori permangono anche dopo il loro incameramento da parte dello Stato agli inizi del XIX secolo perché riusabili per ospitare attrezzature collettive, vedi i palazzi, prima edifici conventuali, S. Francesco a Agnone e a Isernia dove in entrambi è allocato il municipio. Per la principale sede benedettina, S. Vincenzo al V., succede il contrario, sono i villaggi voluti dall’abate, annucleamenti minori ad avvicinarsi ad essa non l’opposto, popolati da suoi coloni, alla stregua di colonie. La considerazione appena esposta, si precisa, ha rappresentato una digressione e ora si ritorna al filone dei resti monasteriali, riprendendo da S. Vincenzo al V.

Questa che era un’autentica cittadella monastica si estendeva sulle due sponde del Volturno, altri sostengono prima sull’una poi sull’altra, non cioè contestualmente su tutte e due; se abbiamo testimonianze planimetriche del complesso in alzato rimane, anche se rimaneggiata in epoca recente, solamente la chiesa. Ovunque è così, a Canneto, a Matrice, a S. Elia a Pianisi, a S. Giuliano di Puglia, i monasteri sono scomparsi e sono rimasti gli edifici di culto ad essi annessi con l’eccezione di S. Maria di Monteverde tra Vinchiaturo e Mirabello dove la badia, non la struttura originaria in toto, è sopravvissuta mentre la chiesa di S. Maria di Guglieto è ridotta ad un cumulo di pietre lavorate e di modanature architettoniche di pregio, solo in parte oggetto di un’operazione di anastilosi. Non si individua, dunque, una vera e propria regola tanto che del monastero De Iumento Albo a Civitanova del S. non resta né il fabbricato conventuale né l’architettura chiesastica salvo il bel campanile. Le chiese anzidette in quanto pertinenze di monasteri benedettini i quali costantemente stanno nell’agro sono gli unici, non ve ne sono altri, edifici di culto presenti in campagna; con la scomparsa dei monasteri esse hanno perso la loro ragion d’essere, era residuale e intermittente quella di fornire un servizio religioso alla popolazione che vive nel territorio rurale, succedaneo a quello di assicurare ai monaci la possibilità di celebrare messa e pregare, riti liturgici ai quali, è ovvio potevano assistere, e partecipare nel caso della recita delle preghiere, anche la gente del luogo.

Le chiese agresti sopravvissute alla scomparsa dei monasteri dovevano, si fa per dire, cercasi una nuova identità, la quale viene trovata nel trasformarsi in santuari; il raggio d’influenza, beninteso spirituale, di questi abbraccia un comprensorio più vasto che l’intorno agricolo in cui sono situati. Si citano tra le altre S. Maria della Strada a Matrice, S. Maria di Canneto a Roccavivara e S. Maria delle Fratte a S. Massimo. Per le prime due si aggiunge che i monasteri alle quali erano collegate insistono su posti in cui vi erano ville rustiche di età romana, sovrapponendosi a Canneto e giustapponendosi a S. Maria della Strada. A S. Vincenzo al V. data l’ampiezza dell’insediamento benedettino ben superiore a quello di una villa rustica la sovrapposizione è solo parziale, vi è una porzione dell’impronta del monastero che eccede la sagoma della villa. Si ha ovunque che le indagini sui reperti benedettini si intersecano con le ricerche sulle ville realizzate dagli antichi romani, archeologia classica l’una e archeologia medievale l’altra come “sfogliare” il passato strato per strato, uno strano effetto è quello che si prova nel visitare questi scavi archeologici.

ph. S. Maria di Canneto, particolare dell’ambone

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