La sorte diversa dei monasteri benedettini e francescani

Quelli dell’Ordine di S. Benedetto poiché collocati nel territorio rurale sono isolati e quindi non sono sfruttabili quali attrezzature collettive mentre quelli dell’Ordine di S. Francesco che sono urbani sono diventati sede di attività pubbliche, i primi sono andati in deperimento i secondi sono ancora, in molti casi, in efficienza

di Francesco Manfredi-Selvaggi

I Benedettini, la loro presenza così capillare nell’altomedioevo, ben si addice ad una regione come la nostra che è stata sempre prevalentemente rurale, nella quale i centri urbani veri e propri sono scarsi. I Francescani, un Ordine nato nel bassomedioevo, invece hanno sempre avuto la predilezione per i nuclei insediativi maggiori in quanto hanno come finalità l’eseguire opere di carità, è più facile raggiungere i poveri negli agglomerati grandi, altrove data la bassissima densità abitativa dell’agro, stanno sparpagliati. Del monachesimo originario che si identifica quasi totalmente, salvo l’eremitismo, con i monasteri benedettini i seguaci di S. Francesco conservano il vivere in comune, ma non altre caratteristiche come, tra le più considerevoli, la stabilità, cioè il permanere del monaco nella medesima unità monastica vitanaturaldurante; tale regola venne rigorosamente rispettata a S. Vincenzo al Volturno abbazia che venne riabitata dopo le devastazioni subite da parte dei Saraceni.

Ovviamente, se i frati francescani vanno e vengono i loro conventi rimangono lì, è un capitale fisso prezioso. Anche se non si può parlare di evangelizzazione, operano, almeno nel nostro continente, in zone già cristianizzate, i Francescani impartiscono l’insegnamento del credo cattolico sia sul posto sia altrove perché essendo predicatori devono spostarsi, non stare nel medesimo luogo. Le loro chiese sono molto ampie e in genere sono adiacenti ad una piazza, punto di raduno della cittadinanza, vedi Campobasso e Isernia. Le chiese francescane stanno un po’ ovunque, a Limosano, Larino, S. Martino in Pensilis, S. Elia a Pianisi e così via. Una brevissima digressione, a Isernia vi era anche un convento dei Domenicani, anch’essi predicatori, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, che si mantiene alla “debita distanza” di 500 metri da quello dei Francescani, una sorta di patto tra gentiluomini seppure in tonaca. Se le chiese di molti di questi conventi dei Francescani sono, di frequente, ancora officiate, i conventi, ancora di frequente non svolgono più la funzione originaria.

A differenza dei monasteri benedettini ormai abbandonati comprese le loro chiese perché stanno in campagna, quelli francescani risultano tutt’ora agibili e, però, hanno cambiato destinazione funzionale in quanto la loro posizione all’interno dell’abitato li ha resi appetibili quali sedi di attrezzature collettive. Addirittura nel tempo sono mutati gli utilizzi dimostrando una intercambiabilità notevole. Ad esempio il convento di Castropignano all’inizio era scuola e poi diventò pretura; a seguito della riforma dell’amministrazione giudiziaria le preture sono state soppresse insieme alle carceri mandamentali per cui oggi è un immobile inutilizzato. Il carcere appena costruito ha dovuto, prima ancora di entrare in esercizio quale istituto carcerario, cosa che non è mai avvenuta comunque, subire la mutazione in scuola la quale, lo abbiamo visto, aveva dovuto traslocare dall’ex convento per far posto alla pretura, un bel guazzabuglio. I conventi sono, per così dire, multiuso, con l’uso prevalente di residenza collettiva: a Trivento e Montefalcone il convento è stato adibito a casa di riposo femminile, ad Agnone mista, a Cercemaggiore, adesso non più, è stato un orfanotrofio gestito da suore, a Colletorto fino a pochi decenni fa è stato educantato femminile, a Boiano e Isernia municipio. L’utilizzo più classico dei fabbricati monacali è quello di museo, così a Venafro il monastero di S. Chiara e a Isernia il complesso monastico di S. Maria delle Monache.

Si è detto in precedenza che i monasteri che sono sopravvissuti come strutture architettoniche sono quelli cittadini e perciò quelli francescani e, però, va specificato che accanto a questi si sono salvati pure alcuni, diciamo così campagnoli e perciò monasteri benedettini. La badia di Melanico a S. Croce di Magliano era stata adattata a masseria agricola, con la cappella che aveva funto da granaio mentre a Pietracatella della Grimalda, antichissimo cenobio, si è recuperata esclusivamente la cappellina adattata a garage, ricovero di mezzo agricolo, cui si accede mediante una nuova entrata in maniera diretta dall’esterno, senza passare, cioè, per la corte verso cui volgeva prima il suo ingresso; questa apertura recente viene ad alterare l’immagine della unità monastica che è quella di un volume chiuso all’esterno, con gli accessi centralizzati in corrispondenza della corte. Ci si rende ben conto che si sta polemizzando per un’alterazione tutto sommato reversibile e, invece, il crollo del resto dell’organismo murario compresa la torre è irreversibile. A S. Vincenzo al Volturno la chiesa abbaziale per via di lavori di restauro è in perfetta efficienza, il problema è che vi sono troppe poche suore a risiedervi con conseguenti, in proporzione al numero di religiose presenti, esorbitanti costi per il suo funzionamento, prendi quelli per il riscaldamento. Vi sono, inoltre, assegnazioni di funzioni allo stabile conventuale non appropriate, perlomeno rispetto alla sua capienza. Si è dovuto a Sepino e Casacalenda realizzare un’integrazione volumetrica per renderli dimensionati per farne convitti studenteschi. A Frosolone si è voluta aggiungere, un lavoro lasciato incompleto, una sala convegni entro-terra, fuori-terra sarebbe stata troppo impattante in quanto in stretto contatto con l’architettura monastica.

È un caso limite quello di S. Cosmo e Damiano a Isernia, un sito di eremitaggio stravolto dalla realizzazione di un immobile pluripiano per l’accoglienza dei pellegrini. Passiamo al capoluogo regionale: dei vecchi monasteri dopo l’incameramento da parte dello Stato agli inizi del XIX secolo non è rimasto nulla, si è sfruttato solo il loro sedime non le murature in quanto danneggiate dal contestuale terremoto con il Convitto costruito lì dove c’era S. Francesco della Scarpa, il Municipio al posto dei Celestini, l’Ospedale e la Prefettura che sostituiscono rispettivamente S. Maria delle Grazie e le Carmelitane. Infine si segnala che sono in corso tentativi di rinascita di antichi monasteri attraverso un rinnovato monachesimo e le esperienze più significative sono quella a S. Maria della Libera a Cercemaggiore, a Canneto, a S. Vincenzo al V. e fino a qualche anno fa a S. Cosmo e Damiano a Isernia.

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