Monasteri di città, di campagna, di montagna e isolano

La distribuzione dei centri monastici nella nostra regione è molto variegata. Pochi di essi, in verità uno solo, S. Vincenzo al Volturno sono sopravvissuti. Degli altri sono rimasti i ruderi che andrebbero tutelati e, prima ancora, riscoperti

di Francesco Manfredi-Selvaggi

I monasteri benedettini non hanno una regola (con la r minuscola perché con quella maiuscola ce l’hanno eccome, ben lo si sa) in quanto a ubicazione. Stanno preferibilmente in campagna ma se ne trovano, almeno uno, quello femminile di S. Maria delle Monache, anche in città, nel caso appena citato Isernia, e poi stanno in montagna, vedi il monastero di passo Crocella a Sepino sul Matese e quello di S. Egidio a Frosolone sulla Montagnola Molisana, sul litorale, S. Benedetto in Ripa Ursa e S. Martino a Termoli, sono in pianura, S. Maria del Vivario a Boiano e S. Benedetto Piccolo a Venafro, e vicino ai fiumi, S. Maria di Canneto a Roccavivara adiacente all’alveo del Trigno. Il monastero benedettino può trovarsi anche in un’isola, quella di S. Nicola nell’ “arcipelago” delle Tremiti. Si tratta, quest’ultimo, di un monastero che sta fuori dei confini regionali e che, però, ha molti dei suoi possedimenti di terraferma situati in Molise. È extraregionale anche il monastero di Montecassino stando, appunto, a Cassino e, però, oltre ad essere vicino a noi ha moltissime sue dipendenze monastiche nella nostra terra.

Esso si può definire poiché fondato proprio dal fondatore dell’Ordine la casa-madre dei Benedettini e la sua preminenza è, in qualche modo, sottolineata dalla sua posizione in cima a un colle stagliandosi solitario nel paesaggio, assai visibile per chilometri, lo si vede appena usciti dal confine regionale; la presenza della cupola della chiesa che è al suo interno lo fa assomigliare alla basilica di Superga, niente di più forte come immagine. Va, comunque, detto che i Benedettini costruiscono i loro monasteri tanto in posizione dominante quanto in luoghi reconditi ed è il caso del monastero di S. Nicola posto nel complesso montuoso matesino collocato in una valle stretta, il vallone, perlappunto, di S. Nicola per cui non era percepibile da distanza. Vi sono, inoltre, unità monastiche, più propriamente eremi, quello di S. Michele a Foce a Castelsanvincenzo, rupestri, nel caso in ispecie sotto un riparo roccioso e ciò ci introduce al tema successivo, quello dell’indomito coraggio dei monaci di abitare in località addirittura pericolose, qui siamo sull’orlo di un pendio davvero scosceso.

Bisogna pure sottolineare a proposito delle scelte localizzative dei Benedettini che si tratta costantemente, proprio perché siti connotati da grande naturalità, di contesti ambientali suggestivi e un esempio è la badia di S. Maria di Monteverde tra Vinchiaturo e Mirabello a quasi mille metri di quota la quale sorge su un verde pianoro punteggiato da querce secolari. Non si sono citati finora tra le ubicazioni predilette dai Benedettini i tratturi lungo i quali si incontrano numerosissime presenze monastiche; ciò è altamente significativo se si tiene conto che i tracciati tratturali erano i principali canali di comunicazione del passato per cui lo stare in prossimità di questi primari assi di spostamento rivela una spiccata attitudine all’ospitalità di questi monaci che aprivano i loro monasteri ai viandanti, perfino ai nemici, nemico era Totila che fu ammansito da S. Benedetto, all’insegna del motto “hostis est hospes” (financo il nemico è ospite).

Tale propensione all’accoglienza ci porta a non condividere la lettura che solitamente si fa di comunità monastiche quelle Benedettine che rifuggono dal mondo insediandosi in angoli appartati, scarsamente abitati ovvero in ambienti ostili, riscontrando, invece, che sì seguaci di S. Benedetto si ritrovano pienamente calati nella società. Se essi installano le loro sedi in località selvagge è per “puro spirito di servizio” verso la collettività in quanto con la loro opera civilizzano zone inselvatichite, un fenomeno quello dell’espansione delle selve in forte crescita all’indomani della caduta dell’Impero romano in sostituzione delle istituzioni pubbliche; all’epoca dell’antica Roma l’autorità governativa aveva in cura l’agro, lo dimostra la centuriatio promossa dall’Urbe nelle sue province che aveva interessato le pianure tendenzialmente paludose, ve n’è traccia nell’ager di Saepinum nella piana formata dal fiume Tammaro.

Decaduta l’economia curtense basata sulla villae agricole tardo imperiali a cui, non per caso, si sovrapposero i nuclei monastici, come si può verificare a S. Maria della Strada, a Canneto e a Casalpiano, furono i Benedettini a ricondurre a colture le campagne abbandonate. Dispiace che siano stati i Francesi durante la loro dominazione agli inizi dell’ ‘800, meritori in altri settori per le riforme che vi apportarono, ad abolire gli ordini conventuali compreso il Benedettino il quale aveva garantito per un millennio una equilibrata gestione del territorio rurale e senza il quale si perse una visione unitaria della conduzione dei fondi a causa della suddivisione delle loro proprietà terriere tra gli ex coloni con conseguente parcellazione dei campi, frammentazione degli appezzamenti che di certo non giovò all’agricoltura.

Non solo i conventi furono soppressi ma fu abrogato pure il feudalesimo e con esso il sistema di governo conosciuto come l’ancien régime di indirizzo paradossalmente comunitario, in comune vi erano le estensioni boschive e i pascoli su cui gravavano gli usi civici consentendo l’esercizio di attività forestali e zootecniche necessarie integrazioni al reddito dei contadini. Non c’era niente di collettivistico ovviamente, ciascuno zappava il suo fazzoletto di terra e, però, poteva usufruire, in concerto con gli altri componenti della comunità, dei beni che si ricavavano dal bosco e dai prati. È facile capire il senso di liberazione che dovettero provare i “servi della gleba” per la sparizione dei feudatari che spesso li angariavano, ma non è chiaro il perché si vollero togliere via le congregazioni monastiche se non che per l’ideale, e perciò un fatto ideologico, della laicizzazione dello Stato.

A tutto ciò tentò di porre rimedio la borghesia ottocentesca la quale si adoperò per la costituzione di “poderi” di una certa ampiezza accorpando, acquistandole, le minute particelle in mano ai piccoli coltivatori. Le cooperative di età contemporanea hanno la medesima finalità.

0 Comments

Lascia un commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password