Scalinata ad assetto variabile

La scalinata di Trivento non conserva la sezione trasversale identica per tutto il suo svolgimento. Essa si restringe man mano che procede verso l’alto, cosa che la rende ancora più lunga guardandola dal basso come se vi fosse un punto di fuga allo stesso modo delle visioni prospettiche
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Iniziamo con un paradosso: se Trivento fosse stata costruita tutta di un colpo avrebbe avuto un’unica piazza e, invece, ne ha due, piazza Cattedrale e piazza Fontana, disposte a quote differenti. Di qui l’importanza della scalinata la quale svolge un ruolo di cerniera collegandole fra loro collegando peraltro momenti temporali diversi della storia urbanistica, quello medioevale, piazza Cattedrale, e quello moderno, piazza Fontana. Essa che inizia appena fuori le mura, sotto ai Finestroni dove finisce la parte antica dell’insediamento, si colloca fra questi due periodi storici essendo la sua realizzazione di fine ‘800. È facile capire il valore relazionale della scalinata la quale funge da luogo di incontro tra gli abitati del nucleo originario, e della zona di espansione identificati come quelli di cap’a monte e quelli di cap’a valle; ad essi vanno aggiunti i residenti di Salita S. Nicola, in passato numerosi quasi quanto quelli degli altri due rioni, per dire che la scalinata non è solo una cerniera tra quartieri, ma che è l’agglomerato che si sviluppa lungo di essa, un quartiere di per sé. Negli edifici, specie quelli ad uso abitativo, la scala è una componente strumentale servendo esclusivamente a raggiungere il livello superiore della casa, non ha, diciamo così, una vita propria; così come nei fabbricati residenziali la scala porta da un piano al successivo, mettiamo dal p.t. al classico piano di sopra anche la nostra scalinata conduce da un piano, quello di piazza Fontana, ad un altro che è più in alto, quello di piazza Cattedrale, due piazze che come si conviene sono peraltro piane è solo che durante il suo svolgimento la scalinata è a servizio dei caseggiati disposti ai lati. Essa, cioè, non esaurisce il suo compito nel mettere in relazione le due piazze della cittadina. Spingendo il discorso all’estremo si può affermare che la scalinata è significativa in sé stessa, avrebbe senso pure se il percorso non avesse prosecuzione, la scalinata si arrestasse e basta. Nella realtà il percorso verso piazza Cattedrale continua una volta che la scalinata termina, quella precedente era ovviamente una affermazione ipotetica. Nel conteggio che si fa dei gradini, 365 quanti i giorni dell’anno, che occorre salire per arrivare alla Cattedrale si includono oltre quelli di Salita S. Nicola anche quelli che li precedono, la discesa, adesso, per andare ai Cappuccini e quelli che li seguono fino ad arrestare la numerazione in piazza Cattedrale. Va detto che il pezzo più celebrato e fotografato di tale lunga gradonatura è la Salita S. Nicola, il nome della via nella toponomastica ufficiale, questa è la scalinata vera e propria. La scalinata smonta in una specie di pianerottolo intermedio dove si trova l’ex convitto fondato da Mons. Gianico; qui la direttrice dell’ascensione fino ad allora rettilinea muta senza effettuare una curva, proprio come nelle rampe di scala casalinghe bensì definendo un angolo di 45 gradi per dirigersi ai Finestroni. È come se la gradonata fosse un qualcosa di rigido, incapace di flettersi, l’asse della percorrenza modifica il suo orientamento effettuando un brusco cambio di direzione, di certo non si piega. La progressione verso l’alto, riassumendo, segue una linea a zig-zag, effettuando delle curvature pressoché a gomito. L’ascesa si articola in più rampe distinte, la più lunga è la scalinata di S. Nicola, a seguire quella, corta, che conduce ai Finestroni da dove, inizia avanzando diagonalmente via Roma che ci porta a piazza Cattedrale, la nostra meta. Vale la pena ora soffermarsi sul fabbricato ex-convittuale perché ci consente di mettere in campo il tema dell’edificato al contorno della scalinata. Precisazione doverosa è che non è fuori tema parlare di tale manufatto architettonico perché esso lo si può considerare legittimamente integrato nella scalinata posizionato com’è nel “ballatoio” che è in testa. D’altrocanto il convitto non lo si sarebbe potuto mettere, pur volendo, a fianco della scalinata, solamente nel terrazzino terminale. La motivazione è la seguente: data la sua lunga facciata, non comparabile con quella degli altri edifici che stanno ai margini della scalinata, lo spazio ad essa antistante che deve essere in piano è difficilmente raccordabile con la sequenza dei gradoni della scalinata, concordare con l’andamento, appunto, scalettato della scalinata come succede in tutti gli altri corpi di fabbrica che si susseguono lungo Salita S. Nicola. Il convitto, inoltre, ha bisogno di stare isolato, la sua tipologia edilizia di riferimento è il palazzotto romano, mentre le costruzioni che contornano la scalinata sono reciprocamente accostate oltre che allineate fra loro. Non sono ammesse strutture edilizie eterogenee nella scalinata, le fattezze sono su per giù identiche, anche se alcune sono più grandi, alcune più elevate, ecc. senza, comunque, che si arrivi alla ripetitività dei tipi architettonici dell’edilizia a schiera dello stile Razionalista. Non vi sono dimore con scala esterna come quelle contadine né, all’opposto, fabbricati con porticato i quali hanno un sapore aulico. Gli slarghetti prossimi agli usci, i quali non sono mai in comune a due abitazioni, sono più frequenti nella parte inferiore della scalinata perché lì la sua sezione trasversale si allarga consentendo di ricavare ai suoi bordi sottospazi di natura mista pubblico-privata in prossimità di ingressi ad alloggi, negozi e botteghe. La larghezza della scalinata per l’intero suo sviluppo rimane sovradimensionata rispetto al traffico pedonale di attraversamento e va spiegata, insieme agli attributi di lunghezza e di una certa rettilineità, con il desiderio di conferire ad essa monumentalità, una valenza estetica più che pratica. È il vanto di Trivento e serve a rafforzare il sentimento di cittadinanza, il senso della civitas.





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