Gli altruisti vanitosi del «Liberi tutti» di Chiara Gamberale

di Giovanni Petta
Nei libri di Chiara Gamberale la vita non è mai una favola felice, nonostante l’effervescenza della scrittura e della scrittrice. Ma la gioia c’è, s’intravede sempre. Nell’universo della Gamberale, in questa dimensione di fiction sempre al limite dell’autobiografia o del racconto iperealista, si affronta l’esistenza degli uomini, e la si descrive, con la serietà del sorriso e del gioco; con quello stare nelle cose, senza distrazioni, che è solo dei bambini. Non c’è mai la negazione del dolore ma c’è sempre, a portata di mano, la possibilità di trasformarlo, di tenerlo dentro i limiti di sopportazione degli esseri umani.
Un modo di raccontare questo libro − «Liberi tutti», Feltrinelli − è quello di rimanere lontani dalla trama. Per non svelare i punti che potrebbero aiutare a immaginare il finale. E, soprattutto, perché la riflessione che il libro stimola è molto importante. La storia è esemplare: le famiglie descritte, e protagoniste del romanzo, sono metafora della società che viviamo e che animiamo con i nostri comportamenti troppo, troppo spesso, inconsapevoli.
Scriveva Manzoni di Donna Prassede che “Era una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. (…) Tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello”. In «Liberi tutti» tale atteggiamento da personaggio manzoniano si evolve in una forma raffinata da nuovo millennio ma il male prodotto è lo stesso.
È un male che deriva dall’azione degli altruisti vanitosi che siamo diventati. Disposti a fare del bene ma solo se c’è un tornaconto. Pronti a fare del bene ma solo per il nostro benessere, per sentirci gratificati dall’averlo fatto, perché quell’azione di altruismo ha come conseguenza la nostra tranquillità. E quando il “bene” che produciamo in questo modo viene rivolto ai nostri figli, ai nostri studenti, ai bambini e agli adolescenti insomma, il processo che viene messo in atto diventa pericolosissimo. “La mamma può farti del male anche quando ti intinge la fetta di pane nel sugo” diceva Ivan Graziani.
Di chi è la colpa se un bambino fa il bullo? Se un altro diventa violento perché vittima di un bullo? Se una bambina è torturata da ogni eventuale competizione, anche da quelle che non lo sono? Se un’altra è felice solo se fa contenti i genitori? Se uno si convince che la sua venuta al mondo non è stata mai desiderata? Se un’altra vive solo all’ombra di sua madre? Di chi è la colpa se i nostri figli e i nostri studenti non sono felici? Se non giocano più, se non per aggredire e per prevaricare?
L’immaturità di noi bambini-grandi è nella paura di fallire come genitori e come insegnanti. Così, subdolamente, diciamo ai ragazzi, senza dirlo esplicitamente, “Sii te stesso, a modo mio”, frase che è il titolo di uno splendido saggio, sull’argomento, di Matteo Lancini. Gli adulti propongono agli adolescenti una finta libertà, una condizione lontanissima dal “Libera tutti” di Chiara Gamberale.
Eppure, persino “quello che è arzigogolato, ve lo assicuro, in bambinese si può perfettamente spiegare, a un bambino-piccolo non può fare del male. Mentre quello che è ambiguo lo ammazza”. È dunque la mancanza di onestà comunicativa, di sincerità, che produce i rapporti falsi che rovinano ogni cosa. Mancanza di verità, anche e soprattutto, verso se stessi. Noi bambini-grandi recitiamo e giustifichiamo in mille modi − tutti falsi e respirati come tali da chi sta crescendo − la nostra assenza accanto a chi cresce. Invece, “Dovrebbe essere questo l’amore tra un bambino-piccolo e uno grande o fra due bambini-grandi. Dovrebbe darti l’impressione di avere l’altro appiccicato anche quando stai da solo”.
È sempre più chiaro che l’unico modo efficace di educare è l’esempio. I bambini-piccoli osservano e fanno ciò che fanno i bambini-grandi. E non danno alcuna importanza a ciò che gli adulti dicono. Allora, ciò che accade nelle famiglie “Tuttobeeene”, in quelle famiglie cioè dove l’apparenza è più importante della sostanza, è male, il male assoluto.
“Soprattutto se hai sei anni, un giorno è fondamentale, può ancora e per sempre cambiare tutto, ci vuole un rispetto sacro per i giorni, quando sono in gioco dei bambini”. I bambini-grandi si comportano senza alcuna accortezza. Non vanno nella direzione del rimanere appiccicati ai bambini-piccoli anche quando non ci sono fisicamente. E i danni prodotti sono ingenti. “È terribile crescere e doversi spacchettare da soli le occhiatacce, gli odori, completare le mezze frasi che quand’eri piccolo, pure se t’andavi a nascondere, comunque ti trovavano e ti si conficcavano in un posto dove poi hai voglia a cercare, scavare, aprire l’indagine. Quell’occhiataccia, quell’odore diventano impossibili da rintracciare, resta solo la ferita e la ferita va a finire che la confondi con l’intera persona che sei”.
Il «Libera tutti» di Chiara Gamberale è l’unica cosa che possiamo augurare agli adolescenti. “Liberi prima che sia troppo tardi. Liberi prima di trasformarsi in bambini-grandi a forma di ferita”. Sembra davvero difficile ma è l’unico atto di vero altruismo che possiamo mettere in atto: lavorare affinché i ragazzi siano liberi dalle conseguenze dell’immaturità inconsapevole dei bambini-grandi. Dobbiamo liberarli o convincerli a liberarsi. “La bellezza dei vent’anni / è poter non dare retta / a chi pretende di spiegarti l’avvenire e poi il lavoro e poi l’amore” direbbe Jannacci.








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