La teoria della scuola «difficile» e dell’arrivo di Joker

di Giovanni Petta

Da qualche mese è facile imbattersi in post e articoli – persino su riviste specifiche del mondo della scuola – che osannano nostalgicamente gli effetti della scuola «antica», quella della severità, delle cose mandate a memoria e delle bacchettate sul palmo della mano.

Tali opinioni non hanno alcunché di scientifico, non si basano su dati scientifici e dimostrano quanto gli adulti abbiano necessità di giustificare il male che hanno provocato con i loro comportamenti, di mettere a posto la coscienza senza alcun atto di consapevolezza vera e di responsabilità.

In uno di tali scritti, si basa la tesi del ritorno alla scuola «difficile» sul ritrovamento di un quaderno del 1944 in cui una bambina scrive – a detta dell’autore dell’articolo – con «una proprietà lessicale, una capacità di analisi, una coerenza testuale che oggi i nostri si sognano».

In un altro si sosteneva la necessità di costringere gli studenti a imparare a memoria i paradigmi dei verbi latini perché tra quei paradigmi ci sono quelli di aspicio e respicio, dimenticando o facendo finta di dimenticare che lo studente potrebbe imbattersi anche in quelli di caedo, interficio, occido

E, poi, tutta una serie di nostalgicherie personali riferite a maestre eccezionali e severe, genitori strepitosi e severi, professori di liceo di una severità così implacabile che va comunque ricordata perché «se sono come sono, e sono di sicuro una persona bella e giusta, di qualcuno sarà il merito».

Tali ipotesi sono facilmente confutabili utilizzando teorie scientifiche nemmeno tanto recenti. Utilizzare la punizione come elemento motivante fa perdere l’allievo perché il ragazzo si sentirà costretto a sottostare agli obblighi. Non imparerà nulla perché la paura di sbagliare sarà più forte del piacere di imparare.

Persino nei maneggi, nell’addestramento dei cavalli, la «teoria del buon ricordo» ha dimostrato che i puledri addestrati con la forza e la sottomissione subiranno il volere umano ma con gravi conseguenze problematiche del comportamento.

Quando il puledro sbaglia viene punito e messo nel box dopo una serie di frustate. Come si sentirà alla lezione successiva?

Anche i ragazzi puniti (tempo fa dalle bacchettate, oggi dai voti) affronteranno la nuova lezione con un livello di ansia che diminuirà la loro capacità di apprendere.

Ma non è questo il cuore della teoria. Il nucleo è l’ipocrisia degli adulti che pretendono dagli adolescenti educazione, rispetto delle regole, amore per la lettura, passione per l’apprendimento… dopo aver consegnato a loro un mondo in cui tutto ciò non esiste. La scuola del passato, che loro oggi osannano, ha costruito una società basata sull’evasione fiscale, sul clientelismo per l’ottenimento di un posto di lavoro, sul bene privato da ottenere a ogni costo, sulla realizzazione personale da far prevalere sul bene comune…

Hanno lasciato sui libri i valori di cui si riempono la bocca. Li hanno imparati a memoria. Li citano negli articoli e nelle discussioni che censurano i giovani e non si rendono conto di aver costruito una società che dileggia, offende e beffeggia quei pochi uomini che hanno realizzato la coincidenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Vanno alle manifestazioni plastic-free solo perché una sedicenne li ha messi in ridicolo, sottolineando la falsità del mondo che da cui provengono e che hanno contibuito a costruire. Invece di abbracciare i giovani, ammettere gli errori e provare a ricostruire con loro, affidandosi a loro, alla loro purezza e al loro entusiasmo, continuano a perseverare nell’imposizione di regole che loro stessi non rispettano. Pretendono che venga riconosciuta autorevolezza – con l’autoritarismo – di una scuola che hanno reso indecente (si pensi ai percorsi dei docenti per entrare in ruolo, ai concorsi per dirigenti, a come viene affrontato il problema della sicurezza degli edifici scolastici…). Rendono sempre più burocratica e pseudocientifica la valutazione perché vacilla l’autorevolezza di chi deve giudicare.

Nel film di Todd Phillips, prima della «liberazione» finale, Joker chiede umanità all’assistente sociale che gli propina ogni settimana lo stesso incontro, seguendo il protocollo burocratico che fa parte dei suoi compiti. Prima della «liberazione» finale, Joker dice all’uomo che crede suo padre e che gli offre denaro affinché si tolga dai piedi, «voglio solo un abbraccio».

La soluzione? Non c’è. È difficile.

Ma la caparbietà con cui si sta cercando di tornare alla severità priva di autorevolezza del passato è pericolosa e colpevole. Sa di senso di colpa non rielaborato, di consapevolezza appena accennata e messa da parte perché dolorosa. Sa di salvataggio di se stessi senza pensare che tale salvezza produrrà la catastrofe.

C’è da abbracciare i nostri giovani e ricostruire con loro da zero. Altrimenti arriverà Joker. Sta già arrivando.

Giovanni Petta20 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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