La sospensione dell’incredulità

di William Mussini

Parallelismi fra intrattenimento e propaganda

Con il termine suspension of disbelief, o sospensione dell’incredulità, s’intende figurare uno degli elementi fondamentali alla base della creazione e del godimento di opere letterarie, teatrali e cinematografiche. La sospensione d’incredulità si ottiene grazie ad una sorta di alchimia che scaturisce nella mente di chi si appresta a leggere un libro, ascoltare un racconto, guardare un film oppure una rappresentazione teatrale. Lo spettatore, nel momento in cui accetta la plausibilità di una pseudo realtà immaginata e rappresentata, s’immerge nella storia per tutta la durata della narrazione, accettando così di credere a qualsivoglia racconto.

Il poeta romantico Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) fu probabilmente il primo autore a parlare di sospensione dell’incredulità. Nel capitolo XIV della sua Biographia Literaria del 1817, descriveva con queste parole il rapporto esistente fra lo scrittore e il suo lettore: «[…] venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, e a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica.».

Così recita il prologo dell’Enrico V di Shakespeare: «Sarà così la vostra fantasia a vestire di sfarzo i nostri re, a menarli dall’uno all’altro luogo, saltellando sul tempo, e riducendo a un volger di clessidra gli eventi occorsi lungo diversi anni». È evidente un invito rivolto al pubblico, con il quale lo si esorta a sopperire, con l’immaginazione e la fantasia, alle carenze scenografiche che caratterizzano un teatro asciutto come quello elisabettiano. Allo spettatore è chiesto di immaginare e accettare degli elementi narrativi fittizi, non presenti fisicamente, ma assolutamente necessari alla corretta fruizione dell’opera stessa.

Nel cinema, invece, la sospensione dell’incredulità si rende concreta solitamente con il più semplice coinvolgimento sensoriale ed emozionale dello spettatore, al quale è elargita una moltitudine di elementi dettagliati per consentirgli un minore impegno che sia finalizzato al raggiungimento dell’immedesimazione acritica.

Lo spettatore di un’opera di finzione deve sospendere il suo scetticismo di uomo razionale e accettare di credere alla fantasia dell’autore. L’astante si mette a disposizione dell’autore, affidandosi a lui per un pieno godimento dell’esperienza narrativa. La sospensione dell’incredulità, quindi, possiamo dire che consiste in un potere grandioso, il quale permette di creare e ricreare la realtà e le contraddizioni che la caratterizzano.
L’autore, dal canto suo, per non infrangere l’accordo, deve raccontare una storia che sia verosimile nella situazione in cui essa è inserita.
Questo meccanismo/potere che oggi abbiamo imparato ad innescare quasi automaticamente, per raggiungere i livelli di perfezione odierni, ha dovuto, nel recente passato, superare diversi ostacoli di natura psichica e di forma mentis culturale.
Nel 1896, durante le prime proiezioni della pellicola cinematografica L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Auguste e Louis Lumière, successe che diversi spettatori in sala non riuscirono a comprendere che quel treno proiettato sullo schermo fosse soltanto la rappresentazione di un treno e per questo, considerandolo reale, essi fuggirono spaventati nel vederlo avvicinarsi pericolosamente alla platea.

Nel corso degli anni, gli spettatori nei cinema di tutto il mondo divennero sempre più esperti e smaliziati, così come i cineasti che compresero di poter osare sempre di più, inventando storie e generi nuovi, tanto estremi e fantasiosi al punto di riuscire a sfruttare sino all’inverosimile il potere della sospensione d’incredulità.
Potremmo ben dire che le generazioni attuali (popoli interi di spettatori incollati a qualsiasi tipo di teleschermo) sono il risultato di decenni di manipolazione dell’immaginario collettivo, esercitata per gli scopi più disparati, di solito finalizzata, sotto le mentite spoglie dell’intrattenimento e dell’informazione, all’imposizione di un pensiero dominante voluto dal narratore di turno.

Ricordiamo, ad esempio, i cinegiornali Luce durante il ventennio fascista che mostrarono agli italiani (spettatori ingenui e facilmente suggestionabili) le gesta di una generazione di eroi, figli della lupa, attraverso una narrazione carica di enfasi, di retorica e piaggeria. Ricordiamo anche la propaganda stalinista, maoista o quella nazista che raggiunse le vette più alte della sua efficacia, attraverso la poesia e la fotografia della regista Leni Riefenstahl (1902-2003) che commise il grave e imperdonabile errore di mettersi al servizio del nazismo nel 1934, e che diresse il film del Congresso del Partito Nazista a Norimberga, “Il trionfo della volontà”.

Con l’avvento della televisione, il quarto potere divenne inesorabilmente lo strumento principale in mano ai governi mondiali, dei mercati e delle multinazionali del business, per l’ottenimento di consensi attraverso la propaganda, sfruttando, con tecniche sempre più raffinate, la capacità inconsapevole della quasi totalità delle masse, di sospendere il giudizio e di accettare acriticamente la volontà delle autorità.

I meccanismi di manipolazione che, anche e soprattutto ai nostri giorni, continuano ad essere utilizzati dal potere elitario con l’ausilio dei media mondiali, hanno raggiunto altissimi livelli di perfezione. Potremmo affermare, come già esposto nei precedenti articoli: “Il cinema hollywoodiano e la propaganda” e “Psicomedia70”, che la nostra civiltà è costantemente manipolata dai mezzi d’intrattenimento e d’informazione, in balia di energie parassitarie volte all’impoverimento spirituale a tutto vantaggio del progresso materialistico.

Le rappresentazioni che tutti i giorni vanno in scena sui Tg dei grandi network, nelle serie televisive, nei film e nelle inaugurazioni d’infrastrutture strategiche e di eventi sportivi, nelle convention aziendali, nei summit di capi di Stato per decidere le dinamiche geopolitiche del pianeta, utilizzano le tecniche ben collaudate della propaganda, filtrando la verità dei fatti ed enfatizzando ciò che piace ai manovratori fuori scena.

La nostra facoltà di sospendere l’incredulità assumerebbe, quindi, un ruolo autolesionista che ci abitua a dare per scontata la veridicità e la bontà di fonti d’informazione ufficiali, di partiti e capi politici, di uomini di Stato, di opinionisti, intrattenitori, personaggi d’ogni sorta. I condizionamenti che subiamo quotidianamente dai media attecchiscono maggiormente se la nostra mente si presenta debole e poco incline all’autoanalisi, se la nostra forza spirituale rimane compressa in spazi angusti, nell’immanenza d’un reale raccontato e non sperimentato.

Si avverte oggi, come non mai, l’esigenza di tornare ad essere scettici, di fuggire di nuovo, tutti insieme, alla vista del treno mediatico che avanza, questa volta obbedendo al nostro primordiale istinto di sopravvivenza che ci eviterebbe un drammatico schianto contro un immaginario autoreferenziale, carico di falso realismo, di follia e cinismo.

William Mussini33 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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