Pochi ospedali ma differenti

Francesco Manfredi-Selvaggi

Pur essendo in numero limitato i nostri nosocomi presentano una certa diversificazione, da quello grande, a Campobasso a quello piccolo di Agnone.

Si possono suddividere in varie categorie gli ospedali. Rimanendo nel Molise troviamo sia piccole strutture, ad Agnone, sia nosocomi piuttosto grandi, il Cardarelli nel capoluogo regionale. Alla questione dimensionale si aggiungono altre caratteristiche, le quali sono, come è ovvio, legate alla dimensione, che li diversificano e anche di molto. I due poli opposti sono gli ospedali già citati di Campobasso e del centro alto molisano che differiscono fra loro per il numero di specializzazioni presenti così come, ne è una conseguenza, per la dotazione tecnologica e, infine, per il ruolo che ognuno di essi ha nel sistema regionale dell’ospedalità.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto quello di Campobasso ha quale bacino di riferimento tendenziale l’intero Molise, una sorta di “ospedale regionale”, mentre quello di Agnone è classificato propriamente nel Piano Operativo Straordinario “ospedale di prossimità”. Nella nostra terra non si ritrova, pur avendo una certa diversificazione delle tipologie gli istituti di cura, la distinzione tra nosocomi generalisti e quelli specialistici che non sono presenti neanche nella forma di ospedali specialistici (i quali si differenziano da quelli ordinari perché, magari, non hanno tutte le sezioni che sono presenti nei primi, ma quelle che contengono sono altamente specializzate).

In verità ce ne sarebbe dovuto essere uno, l’ospedale pediatrico da istituire a via De Pretis, appena fuori dal nucleo urbano della maggiore città molisana. Gli ospedali generali sono quelli dove si trovano, per lo meno, le principali specialità mediche, mentre quelli specializzati si occupano solo di una malattia. Se si vuole, si sarebbe potuto considerare un apparato curativo specializzato pure l’ospedale psichiatrico previsto in località Tappino, sempre a Campobasso, il quale era quasi completato nel 1978 quando venne varata la legge 180, detta legge Basaglia, la quale stabilì la soppressione dei manicomi.

Se non ci sono qui da noi organismi specialistici pubblici, ve ne sono, però, di privati, la Neuromed e la Fondazione Giovanni Paolo II vocate alla cura, rispettivamente, di neurologia, di chirurgia vascolare e di cardiologia e oncologia. Nei settori in cui sono impegnate ambedue costituiscono delle eccellenze e ciò ne giustifica l’inserimento nella rete ospedaliera regionale. Altrimenti non sarebbe stato consentito in quanto le loro materie sono presenti nell’organizzazione sanitaria pubblica; se non fosse per l’altissima qualità delle prestazioni fornite queste due strutture ognuna, per così dire, bispecialistica rappresenterebbero una specie di doppioni.

Il senso della presenza di erogatori privati nel sistema sanitario regionale che è essenzialmente pubblico sta nel contributo che sono capaci di offrire alla protezione delle condizioni di salute della popolazione, obiettivo che deve essere comune ai soggetti pubblici e privati. Le aziende cosiddette accreditate e quindi convenzionate con il Servizio Sanitario Regionale servono, in base alle disposizioni vigenti, in primo luogo, a colmare le lacune presenti nell’offerta ospedaliera della sanità pubblica pure in termini qualitativi rimanendo, in secondo luogo, e in secondo piano, il fatto che si rimedi la competitività tra le strutture pur essendo ciò un fattore di crescita, di spinta al miglioramento per qualunque organizzazione.

Quanto detto circa la concorrenza non vale neanche per gli ospedali pubblici del Molise i quali non hanno autonomia gestionale non essendo costituiti in aziende ospedaliere e l’unica logica aziendale ammessa è quella della Asl che nel Molise si chiama Asrem e ricomprende tutti e quattro gli ospedali che, pertanto, non possono mettersi a “gareggiare” fra loro. Ciò che si è appena esposto non è un inciso al ragionamento che si stava conducendo sugli erogatori privati, ma è l’attacco che si è scelto per il prossimo argomento che si intende affrontare, quello del ruolo dell’ospedale nell’attuale configurazione della sanità.

Salvo il caso delle già citate aziende ospedaliere che da noi non ci sono, con la Riforma Sanitaria del ’78 l’ospedale non è un’entità a sé stante risultando parificato alle altre funzioni sanitarie senza che per esso vi sia un riconoscimento particolare, poco importa delle ingenti risorse finanziarie che il suo funzionamento esige. Rispetto a quanto stabilito 10 anni prima, nel ’68, quando l’ospedale assurse a polo vero e proprio dell’assistenza sanitaria si ebbe un autentico ribaltamento con il desautoramento di tante attività che da allora è consentito si svolgano fuori dalle nostre mura (poliambulatorio, riabilitazione, la diagnostica, ecc., ecc.).

La definitiva legge, la n. 833 del ’78 sembrò quasi ignorare tale tema; non si è usato a caso il verbo sembrare perché nella realtà fisica, quella che appare alla vista, succede l’opposto. Negli stessi anni il Cardarelli è iniziato ad essere costruito proprio alla fine degli anni ’70, sorgono le nuove sedi ospedaliere molisane, edifici talmente imponenti da imporsi nelle vedute panoramiche che li comprendono. Essi appaiono quali manufatti fuori scala nel contesto paesaggistico (vale per il Cardarelli che è situato nell’agro) e financo in quello insediativo (a Termoli e Isernia sono prossimi all’abitato).

Oggi tali fabbricati rappresentano una realtà consistente con la quale occorre fare i conti nella formulazione di qualsiasi ipotesi di riassetto della sede dei nosocomi. Una revisione dell’organizzazione dell’assistenza ospedaliera che, però, si scontra con l’esigenza di non “dilapidare” questo grosso patrimonio edilizio che dovrà essere convertito ad altri usi. Nel Piano Operativo Straordinario è prescritta una riconversione per una diversa destinazione di alcuni di essi che, però, è apparso come la volontà di un accorpamento tra di loro per aree, piuttosto che una razionalizzazione delle funzioni.

È emblematica la proposta, in vero sconsiderata, che venne lanciata allorché si cominciò a parlare di sopprimere l’ospedale di Venafro trasferendo il suo personale in quello di Isernia, di edificazioni ex novo di un nosocomio a metà strada tra i due centri. Polemiche le ha suscitate pure la previsione del trasloco di una parte delle attività che si svolgono nel Cardarelli, per la precisione quelle ospitate nei due corpi di fabbrica più vecchi la cui costruzione ha seguito normative ormai datate, nella struttura architettonica del Fondazione Giovanni Paolo II che è, invece, moderna conservando, comunque, i due istituti di cura ognuno la sua autonomia, garantendo così la distinzione tra pubblico e privato.

Francesco Manfredi Selvaggi183 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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