“L’esercito delle dodici scimmie”

di William Mussini

Il film profetico del visionario Terry Gilliam

Volendo individuare una pellicola che, nel recente passato, abbia descritto in modo profetico alcuni degli avvenimenti che caratterizzano l’attuale momento storico, fra i tanti, potrei certamente suggerire “L’esercito delle dodici scimmie”, il film fantascientifico del regista visionario e surrealista Terry Gilliam.
Il regista del film più “acido” per eccellenza “Paura e delirio a Las Vegas”, del film straordinariamente poetico e sottosopra “Tideland”, degli ironici quanto strambi “Monty Python, il senso della vita” e “Brian di Nazaret”, questa volta si cimenta nella realizzazione di una delle sue opere più complesse, ricca di flashback e flashforward, di numerosi indizi spalmati sapientemente durante il film, tutti ritrovati poi nel finale riuscendo nell’impresa di chiudere perfettamente il cerchio.

Nel 1996, il film ottenne il Golden Globe grazie alla perfomance come migliore attore non protagonista di Brad Pitt, nel ruolo del leader “schizzato” Jeffrey Goins il quale era a capo di un fantomatico gruppo di ecologisti estremisti. Ad ogni modo, gli altri attori, fra cui i protagonisti Bruce Willis, nel ruolo del prigioniero e viaggiatore del tempo James Cole, e Madeleine Stowe, nel ruolo della psichiatra Kathryn Railly, sono stati a parer mio altrettanto valenti.

La sceneggiatura, scritta da David Webb Peoples (autore anche dello script di “Blade Runner” e del film “Gli Spietati”) e ispirata al cortometraggio francese del 1962 di Chris Marker “La jetee”, adotta stratagemmi narrativi molto articolati che ben raccontano le due realtà parallele e contingenti vissute dal protagonista James Cole. Il film inizia mostrando il pianeta terra nel 2035, anno che rappresenterebbe il presente secondo una prima esposizione, ma che poi diventa futuro probabilmente certo, ineluttabile e non modificabile.

Gli esseri umani nel 2035 sono costretti a vivere sottoterra in quanto sopravvissuti ad una catastrofe avvenuta nel 1997 quando, a causa di una pandemia provocata da un virus del quale ancora si temono gli effetti, buona parte dell’umanità venne cancellata dalla faccia del pianeta. Un gruppo di “scienziati” a capo della nuova società di uomini talpa, detiene il potere assoluto sui sopravvissuti del continente americano ed “invita” coercitivamente il “volontario” Cole, a candidarsi per diventare viaggiatore del tempo e investigatore nel passato. Lo scopo del viaggio temporale è quello di scovare e fermare il gruppo di esaltati chiamato “L’esercito delle dodici scimmie”, prima che riesca a diffondere il virus letale che, a detta degli scienziati del futuro, si presume sterminerà (appunto nel 1997) cinque miliardi di persone. Gilliam lascia che molti aspetti sfuggenti confondano la storia, compresa la possibilità che il protagonista sia effettivamente pazzo e soffra di una forma di schizofrenia.

Gli ingredienti narrativi che mostrano similitudini con il mondo attuale sono molteplici: in primis, quello della pandemia virale che minaccia l’umanità intera; poi, ad esempio, la presenza di scienziati, biologi e virologi che lavorano dentro laboratori carenti sotto l’aspetto della sicurezza e dell’affidabilità del personale, comunque capaci di creare un virus letale e di lasciarselo sfuggire; infine, il disegno terroristico degli untori ecologisti che diffondono il germe letale per vendicare gli oltraggi dell’umanità perpetrati contro la natura. Questo elemento narrativo ricorda ciò che da anni ci viene raccontato riguardo al riscaldamento climatico, allo sfruttamento degli allevamenti intensivi ed alle conseguenze che ci condurrebbero, inesorabilmente, verso un cambiamento di paradigma e ad una futura convivenza forzata con pandemie mortifere, disastri ambientali, uragani sempre più potenti, incremento della temperatura e innalzamento del livello degli oceani.

Il film propone anche evidenti slanci di denuncia sociale e di tesi cospirative, soprattutto in alcuni monologhi del folle Jeffrey Goins. Sono, infatti, inequivocabili le sue parole nelle sequenze all’interno di un manicomio criminale nel quale era stato appena confinato il viaggiatore del tempo James Cole: “Vedi la televisione? È tutta lì la questione, tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega! La pubblicità! Non produciamo più niente, non serviamo più a niente. È tutto automatizzato, che cazzo ci stiamo a fare allora? Siamo dei consumatori, Jim! Ah ok, ok, compri un sacco di roba da bravo cittadino. Però se non la compri che succede? Se non la compri che cosa sei, ti chiedo! Che cosa. Un malato! Mentale. È un fatto Jim, un fatto! Se non compri la carta igienica, una macchina nuova, un frullatore computerizzato, un attrezzo elettrico per orgasmi multipli, un impianto stereo con le cuffie che ti spappolano il cervello, cacciaviti con impianti radar miniaturizzati-incorporati, computer ad attivazione vocale […]”.

Ed ancora, nella scena in cui Cole ritorna suo malgrado nel manicomio criminale, il suo amico e complice involontario Goins gli dice: “Proteggono la gente che sta fuori da noi non sapendo che invece quelli sono ancora più matti. Lo sai che cosa è pazzo? Pazzo è quello che impone la maggioranza. Prendi i germi per esempio. I germi. Ah ah! Nel diciottesimo secolo non esistevano mica. Nada. Niente. Chi avrebbe mai partorito un’idea del genere? Certo non uno sano di mente. Poi arriva questo dottore… Semmelweis! Semmelweis! Semmelweis un bel giorno arriva e cerca di convincere la gente e gli altri medici soprattutto che esistono questi piccoli invisibili cosi chiamati “germi” che entrano nel corpo e ti fanno ammalare. Li convince. Convince i dottori che è giusto lavarsi le mani? Che cos’è questo? Un pazzo!”. Ed infine in un altro passaggio del film, sempre rivolgendosi al malcapitato Cole: “I germi non esistono, sono soltanto un’invenzione creata apposta per vendere disinfettanti e saponi…”.

Il film presenta anche argomenti che sono attualmente oggetto di dibattito scientifico, politico-sociale e filosofico. Alcune riflessioni del ricercatore dott. Peters, interpretato da David Morse, risulterebbero soprattutto oggi, a molti, delle plausibili motivazioni moraleggianti per invocare una punizione divina e ristabilire la giustizia sul pianeta; egli dice alla psichiatra Railly: “Esistono dati reali che confermano che la sopravvivenza della Terra è compromessa dagli abusi della razza umana. La proliferazione dei dispositivi nucleari, i comportamenti sessuali smodati, l’inquinamento della terra, dell’acqua, dell’aria, il degrado dell’ambiente. In questo contesto non le sembra che gli allarmisti abbiano una saggia visione della vita? E il motto dell’homo sapiens “andiamo a fare shopping” sia il grido del vero malato mentale?”.

Non meno interessante è l’aspetto nodale che riguarda i viaggi nel tempo. Il film tratta l’argomento “viaggio temporale” a mio parere intenzionalmente con eccessiva leggerezza; infatti, attraverso l’utilizzo di macchinari non ben identificati, il povero James Cole si ritrova ripetutamente proiettato per errore in diverse epoche storiche (finanche durante la prima guerra mondiale in una battaglia nelle trincee francesi), sino ad arrivare a dubitare della propria sanità mentale a causa delle frequenti alterazioni del tempo e della realtà contingente. Nella scena in cui Cole e la psichiatra Kathryn Railly sono al cinema a vedere, manco a farlo apposta, Sir Alfred Hitchcock con l’intramontabile “Vertigo – La donna che visse due volte”, James Cole cerca di capire cosa gli stia capitando e, per dare una sorta di giustificazione, afferma: “Quello che ci sta accadendo è come rivedere un film. Come il passato. Il film rimane sempre lo stesso. Eppure, cambia. Ogni volta che lo vedi ti sembra diverso perché tu sei diverso. Ci vedi dentro delle cose diverse”.

Gli altri momenti in cui Gilliam offre spunti di comprensione riguardo l’ipotetica relatività del tempo, sono affidati alle parole della dottoressa Railly quando, durante una sua conferenza sui miti di vaticini e profezie, afferma: “Cassandra, lo ricorderete dalla mitologia greca, era condannata a conoscere il futuro, ma anche a non essere creduta. Di conseguenza all’angoscia della preveggenza si aggiungeva l’impotenza di fronte agli eventi”. Altre occasioni sono affidate alle digressioni del folle Goin che, sempre in manicomio, dice a Cole: “Senti se vuoi guardare un programma televisivo in particolare, tipo una soap opera che ne so, devi andare dalla caposala e dirle il giorno e l’ora precisa di quando andrà in onda. Però glielo devi dire in anticipo mi raccomando. C’era una volta un tizio, si prenotava sempre per programmi che erano già andati in onda. Si! No! Glielo devi dire prima capito? Insomma non riusciva a entrargli in testa che l’infermiera non poteva far tornare indietro il tempo. Grazie Einstein! Quello, quello era un demente!”.

“L’esercito delle dodici scimmie” a mio parere è il film che, più d’ogni altro, a distanza di 25 anni, descrive e sintetizza gli accadimenti moderni con sorprendente capacità profetica. D’altro canto mi sento di non consigliarne la visione ai “normopatici” ed agli acritici patologici in generale. Il film regala suggestioni e poesia, invita all’autocritica, offre una alternativa alla versione ufficiale delle cose umane, concede l’opportunità a chi saprà coglierla, per una riflessione profonda sulla natura del tempo, di ciò che chiamiamo convenzionalmente “realtà”.

William Mussini18 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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