Marco Bersani: né con l’establishment né con i sovranisti

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di Paolo Di Lella

Intervista a Marco Bersani

Per commentare i risultati delle elezioni europee abbiamo intervistato Marco Bersani, socio fondatore di Attac Italia, fra i promotori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e della campagna “Stop Ttip Italia”. Bersani sarà oggi a Termoli per presentare il suo ultimo volume “Europa alla deriva”, presso la sala conferenze della parrocchia Sacro Cuore, organizzato da Audit civico.

Si aspettava il risultato della Lega in Italia e della Le Pen in Francia?

In parte me lo aspettavo, nel senso che queste elezioni rappresentano plasticamente la fase di crisi e, come sempre, nella fase di crisi vengono progressivamente delegittimate le forze politiche che da sempre governano l’Unione e gli Stati Nazionali, mentre, al contrario, riceve risposta dagli elettori chi, se da una parte non mette in discussione le politiche liberiste di austerità, dall’altra non si pone neppure contro l’establishment, contro chi finora ha governato, dando l’idea di apportare un cambiamento. Dal mio punto di vista è una pia illusione, però in questa fase funziona così. L’unico elemento di controtendenza positivo è che nel centro-nord Europa è stato espresso un voto molto forte ai verdi che, al di là del partito in sé, segnala che una parte della popolazione ha capito che la contraddizione ecologica e la questione del cambiamento climatico rappresentano un problema gigantesco.

Lei, quindi, dice che l’unico elemento di attrattività di questi movimenti populisti sia il fatto di essere anti-establishment…

Sì, anche se anti-establishment a parole, perché nei fatti non mettono in discussione nessuna delle strutture del telaio iperfinanziarizzato dell’Unione Europea; a parole si dice che l’Unione Europea così non funziona, e io sono d’accordo, ma poi nessuno pone il problema di riscrivere i Trattati, di uscire dalla trappola del debito, di ragionare su una Banca Centrale Europea pubblica, di sostegno, per esempio, alla riconversione ecologica della produzione, che è una delle emergenze necessarie da affrontare. Quindi, siamo in una situazione in cui lo spazio pubblico è occupato da un finto scontro tra chi dice che l’Europa va bene così com’è e chi afferma il contrario, senza però proporre un’alternativa, dicendo solo dove vanno riposizionati i poteri, se più sull’Unione Europea o sugli Stati Nazionali.

A proposito di questo finto scontro, dell’antagonismo tra europeisti e sovranisti, questi due campi attualmente occupano tutto lo spazio politico europeo. Lei intravede uno spazio per una terza via, per un’alternativa seria rispetto a questo?

Non chiamiamola terza via perché porta male. Diciamo che è un percorso lungo. Lo spazio per uscire da questa finta battaglia è quello di cominciare a ragionare su che cosa tiene insieme i popoli europei e, secondo me, ciò che li tiene insieme sono i beni comuni, i diritti, i servizi pubblici, l’idea di un altro modello ecologico e sociale, che per poter trovare strada deve prima animarsi nelle piazze, deve diventare consapevolezza collettiva. Guardo con molto favore a questo inizio di movimento attuato dai quindicenni sulla questione del cambiamento climatico; ovviamente, come ogni movimento è spurio, ma io ho più fiducia in questo risveglio e non nelle élite politiche, che siano sovraniste o appartenenti all’establishment.

La sinistra cosiddetta radicale, che in parte si è fatta portatrice delle cose che ci stiamo dicendo, come mai non è riuscita ad affermarsi, a diventare un movimento di massa?

Secondo me perché, da ormai due decenni, la sinistra radicale ha smesso di essere presente dentro la società. L’illusione di poter rappresentare una società senza esserci immerso quotidianamente, come sempre viene punita alle elezioni; anche la sinistra radicale deve modernizzare l’analisi, deve capire cosa veramente è cambiato, soprattutto nelle relazioni sociali, dopo trent’anni di politica di austerità. La gente oggi si sente sola, precaria e sente di non appartenere più a niente, quindi cerca anche delle identità che, per quanto effimere, gli diano l’idea di essere parte di qualcosa. Dunque, se qualcuno gli dice “Prima gli italiani”, questo è un modo per sentirsi parte di qualcosa. Allora, la sinistra dovrebbe interrogarsi e chiedersi che cosa potrebbe tornare a far stare insieme le persone. Secondo me sono i beni comuni, i diritti sociali, cioè il legame tra le persone nasce dal fatto che vivono dentro una stessa comunità e condividono dei beni; se non si riparte da qui, le persone cercheranno risposta alla loro frustrazione, che è soprattutto solitudine, altrove. Tutto questo non fa parte né del dibattito, ma neanche della empatia quotidiana della sinistra, anche radicale, che quindi fa un’operazione ogni volta illusoria, cioè dicendo che c’è del malcontento e presentandosi alle elezioni, pensa che qualcuno si sentirà da essa rappresentato. Ma non funziona così.

Stamattina, sfogliando La Repubblica leggevo l’intervista a Piketty. Cosa pensa della sua proposta di un bilancio finanziato da quattro grandi imposte europee (sugli utili alle imprese, sui redditi più alti, ecc.)?

In sé sono proposte condivisibili, però, a mio avviso, bisognerebbe rimettere in discussione il telaio su cui è stata costruita l’Unione Europea; adesso il problema non è solo quello di trovare i soldi per fare una sorta di redistribuzione sociale, intanto perché il modello capitalistico nella sua fase di finanziarizzazione spinta, per poter sopravvivere, deve mettere sul mercato quello che prima era fuori mercato e quindi dell’uguaglianza, della redistribuzione o della concessione di servizi pubblici, non sa che farsene perché è esattamente lì il nuovo terreno di accumulazione finanziaria. Quindi, le proposte di Piketty vanno bene se si dice anche che bisogna rifondare l’Unione Europea su altre basi, che non sono quelle del Trattato di Maastricht. Bisogna mettersi intorno a un tavolo, e questo è possibile solo se le piazze si riempiono di persone che si oppongono a queste politiche, e ragionare su cosa tiene insieme i popoli dell’Europa, cosa li deve tenere insieme, che non può essere la stabilità finanziaria, tra l’altro mai ottenuta con le politiche di austerità.

Paolo Di Lella79 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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