Calpestare le pietre ovvero camminarci su in casa e in città

I vari modi nei quali le nostre strade urbane sono state pavimentate, dall’acciottolato con cubetti di porfido al lastricato con materiale lapideo locale. Non ci si pensa ma anche gli interni delle abitazioni hanno spesso pavimentazioni con piastrelle formate da inerti calcarei
di Francesco Manfredi Selvaggi
La pietra è un materiale di prim’ordine anche per le pavimentazioni. I pavimenti interni di case del secolo scorso, prevalentemente della prima metà dello stesso, sono fatti di piastrelle ottenute con pietrisco di fiume proveniente da escavazioni effettuate nell’alveo di qualcuno dei corsi d’acqua molisani, attività oggi non più consentita. Si tratta di ghiaia frantumata o non la quale è diversa a seconda del tratto fluviale da cui è, ulteriore variante di significato della stessa parola, tratta la quale ci racconta il percorso che il corpo idrico ha compiuto prima di giungere fin lì, quali formazioni geologiche alle sue sponde ha eroso trascinando con sé alcune particelle delle stesse che poi ha depositato nel sito oggetto di cava. Gli stabilimenti per la produzione di tali elementi di pavimentazione erano diversi e noi citiamo quello dell’impresa Iacobucci di Campobasso che prelevava la “materia prima” dal Biferno e Marmi Rossi a Montefalcone per il Trigno.
Se passiamo dall’interno dell’abitazione all’esterno, cioè nell’area urbana, vediamo che per le percorrenze carrabili si sceglie usualmente il porfido, di certo non una pietra locale, per svariati motivi, da quello, il suo formato ordinario è il cubetto, della ridotta dimensione che consente di capire superfici curve come sono le sezioni viarie al fine di favorire il deflusso delle acque, alla possibilità di assecondare la forma irregolare in pianta della viabilità dei tessuti urbani antichi aggregando fra loro o diminuendo il numero di cubetti nella medesima fila. L’impiantito in porfido specie se di piccola pezzatura garantisce una rugosità della superficie viaria la quale è fondamentale in caso di pioggia per il pedone per non scivolare e per l’auto di non slittare.
Roccamandolfi è interamente, la viabilità del centro storico, ricoperta di cubetti di porfido che sono scelti alternati con cubetti lapidei che sono chiari nella classica disposizione a coda di pavone, quasi un motivo ornamentale ma che in verità risponde all’esigenza di creare archi di cerchio per contrastare le spinte nello stesso piano. A Spinete circa tre decenni or sono si è deciso di rinnovare lo strato di calpestio delle strade del nucleo medievale con lastre di pietra calcarea in ossequio alle norme di tutela del patrimonio culturale, una specie di “ambientazione” dell’opera seppure il calcare utilizzato proviene da Apricena, non è del posto; dopo qualche tempo in cui ci si è parcheggiato sopra, gli slarghi, quello di fronte al palazzo gentilizio dei Di Iorio, si sono macchiati, macchie di olio incombusto dei motori delle macchine, problema che si sarebbe evitato con il porfido perché è un materiale che non assorbe la sporcizia.
A proposito del grip assicurato dal porfido occorre segnalare che negli interstizi tra cubetto e cubetto in zone di altitudine, succede a Capracotta, si può “annidare” il ghiaccio, un rischio per chi si muove a piedi. Vi sono paesi, il caso di Ferrazzano, dove non molto tempo fa è stato ripavimentato il borgo originario con il Verdello di Monteroduni, un lastricato con basale di forma spezzata tanto per dire della variabilità delle soluzioni adottate nei nostri comuni nella pavimentazione cittadina. Proseguendo nel confronto tra porfido e altri tipi di roccia è da evidenziare che il travertino impiegato quale cordolo perché facilmente tagliabile in segheria, nelle gradonate esterne di frequente tende a frantumarsi, lo si vede in una gradinata vicino alle Poste a S. Massimo, non ha la stessa durezza del porfido. Al di là delle proprietà intrinseche di una certa materia conta pure l’ampiezza del pezzo, combinata con il suo spessore, da utilizzare: se la larghezza dell’elemento di pavimentazione è consistente ed esso è sottile la pavimentazione non può essere sottoposta, a meno che non si tratti di materiale assai rigido, a carichi eccessivi come è successo tempo fa nella piazza di Sepino nella quale veniva consentito il transito degli autobus, addirittura a pieno carico per cui i lastroni si frantumarono.
Passando dalla carreggiata ai suoi bordi, quindi alle cunette, riscontriamo che a Colli al Volturno tali opere d’arte sono state realizzate sagomando appositamente blocchi di pietra, con precisione pietra di Mirabello, dalla ditta Iannetta; altrove, siamo a Gambatesa, la cunetta è ottenuta con piccoli conci di pietra posizionati “a culla”. Nel campo della pavimentazione la pietra è ancora un componente essenziale mentre in altri settori dell’edilizia il suo uso sta diminuendo. È la modernità che avanza il che, però, non equivale necessariamente a progresso. Infatti non è razionale rinunciare alla pietra se si tiene conto delle sue qualità di essere riciclabile, duratura, sostenibile e, invece, abitualmente la si relega a ruoli secondari come il rivestimento di facciate.
Oggi il valore estetico della pietra è tenuto poco in considerazione, mentre prima la si sfoggiava con orgoglio negli edifici rappresentativi anche per i rimandi alle sedi del potere, i castelli fatti rigorosamente in pietra per la sua resistenza agli urti delle macchine da guerra, degli arieti, e palle di cannone. Le pareti delle case erano in pietra e di una certa consistenza pure per l’isolamento termico che assicura, financo i tetti erano fatti in pietra, le coperture in “licie” nei paesi intorno alla Montagnola Molisana. Essa era diffusa nell’intero nostro ambiente di vita. Prima o poi si arriverà sicuramente ad una sua rivalutazione.
Ph. F. Morgillo Pavimentazione in pietra nel centro storico di Larino







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