I dolori di un blogger: ma vale la pena andare avanti?

testata sblog tabassoOggi questo SBLOG supera quota 100. Perciò è d’obbligo qualche onesta riflessione, se non altro per capire se vale la pena andare avanti.

Pare che nel mondo nascano più di 50 mila blog ogni giorno e che molti blogger li chiudano per stanchezza o perché nessuno li segue. Rimane comunque il fatto che, grazie alla loro accessibilità tecnologica, all’assoluta libertà di produzione e alla mancanza di filtri, i blog sono forme di giornalismo alternativo. E siccome il mestiere della mia vita è di quelli allergici ai pensionamenti, ho finito per inventarmene uno anch’io. Confessso che all’inizio ero bloccato da un’incrollabile fede nel Cartaceo. Poi fu uno dei miei figli, digitale di professione, ad inferirmi un colpo brutale: “Papà, ma visto che i tuoi libri nessuno se li fila, perché non fai self pubblishing, cioè un blog che tutti leggerebbero gratis?”

Cominciai allora a ragionarci. Blog è il diminutivo di “weblog”, perché sta sul web: dunque addio al mio Sacro Cartaceo. Devo allora compiere il Grande Tradimento? E’ il progresso, mi dissi, non puoi rifiutarlo, anzi se ti fai un blog darai l’impressione di non essere un dinosauro analogico. E poi, diciamola tutta, c’è forse qualche quotidiano cartaceo del Molise che ti ha invitato a collaborare pur sapendo che lo faresti gratis? Vabbé, mi rispondevo, ma quando mai, quelli sono tutti di destra, perciò il problema è politico. Sai come mi ospiterebbero se fossi di destra?

Così decisi di affrontare l’inedita avventura, pur gravato da un forte senso di colpa e d’infedeltà nei confronti del Cartaceo. Cercai di attutirlo pensando che, tutto sommato, il mio blog era all’interno di un sito che pubblica un mensile cartaceo col quale collaboro. E arrivai perfino ad escogitare un miserevole autoinganno: quello di anteporre al BLOG una dispregiativa, serpentina “S” che esprimesse l’idea di uscita da un luogo, di un’azione contrariosa tipo: Tu parli, e io sparlo! Tu gonfi, e io sgonfio. Tu incarti, e io scarto (per vendicare il cartaceo).

Oggi però, dopo cento di questi sblog, debbo per onestà impormi delle domande di fondo: ma vale proprio la pena di andare avanti? Non ho corso il rischio dell’autoreferenzialità e di scrivermi addosso? E infine: Blog o Sblog è forse servito a qualcuno e a qualcosa, o solo a me come sfogatoio, magari per placare repulsioni, rassegnazioni e rabbie?
Sono nell’incertezza se chiudere o no. Ma so che un addio sarebbe molto, molto sofferto.

Giuseppe Tabasso228 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

1 Comment

  • Marto Reply

    23 Giugno 2019 at 0:11

    Vale la pena? Fino a quando avrà un pensiero da esprimere, varrà sempre la pena continuare. Anche se nessuno lo leggerà …o magari lo leggerà tra molti anni.

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